30 Apr 2026
E così, all’ultimo giorno utile del mese, arrivo anche io con il mio minuscolo contributo al tema della sovranità digitale, scelto da Gilberto, tema per il quale sono stato di un entusiasmo incredibile sulle prime battute, ma poi aprile è stato un mese veramente impegnativo e alla fine mi sono ridotto all’ultimo.
Giuro che non esiste nessun cane che mi ha mangiato i compiti, ma nell’ambito di tutte le altre cose che potevano succedere (escludendo notizie di malattie degenerative o terminali), il ventaglio delle possibilità e degli eventi è stato quasi completamente sovrapponibile.
Ma veniamo a noi.
Sovranità digitale, o equità digitale come l’ha ribattezzata LaVi, racchiude in realtà un insieme di significati piuttosto ampio. Nonostante l’azienda per cui lavoro operi fortemente in quell’ambito (un sistema operativo che ti puoi eseguire dentro casa, costruito in Europa, assemblato in Europa), a me non piace tantissimo la provenienza perché chiaramente anche se tante persone lo dimenticano, sovranità significa essere estremamente consci dei confini che dividono il mondo e dei conflitti che lo piagano giorno dopo giorno. Questo va pesantemente in conflitto con il sistema di valori in cui sono cresciuto: mia madre ha sempre cercato di crescermi insegnandomi che era auspicabile che questi confini il mondo non ce li avesse. Mi rendo conto solo ora, a trent’anni più che suonati, di quanto fosse una visione estremamente ottimista. Mi rendo anche conto che probabilmente se avessi un figlio gli direi le stesse cose.
Per questo motivo quindi questi temi tendo a rifuggirli, e ad impegnarmi in un frangente di questa “sovranità” che reputo molto più importante: l’indipendenza, diciamo, da tutto ciò che viene offerto “gratis” e senza cui vivere è veramente difficile. Ovviamente i social network mainstream fanno parte di questo insieme, ma c’è dell’altro, e molto più profondo: mi riferisco per esempio alla posta elettronica. Scommetto quello che vi pare che se state leggendo questo post avete comunque la posta elettronica su Gmail o su Outlook. Io almeno questo sono riuscito ad evitarlo, migrando fuori da questo sistema, ovviamente pagando moneta sonante che non tutti sono in grado di permettersi. Il mio, quindi, in definitiva è un discorso radical-chic. Se puoi comprarti l’indipendenza la compri, altrimenti sei costretto a stare nell’occhio di Sauron.
E questo mi fa schifo.
Il che ci porta a un altro tema. Dato che paghiamo le tasse e le paghiamo profumatamente, in realtà il responsabile per questo tipo di infrastruttura dovrebbe essere lo stato. Purtroppo però, le nazioni non sono disposte a riconoscere il valore delle competenze che sono necessarie per costruire una vera infrastruttura di servizi nazionale (e/o libera). Gli ingegneri capaci continuano a prendere assegni a sei cifre ogni anno da corporate guidate da interessi capitalistici, mentre gli stipendi offerti dai contratti statali passano da concorsi inadatti allo scopo della valutazione stessa, finendo in cifre assolutamente non competitive.
E quindi alla fine la sovranità è una sovranità a cottimo, che va comprata dal miglior piazzatore. Quando va male è venduta da una FAANG, da “Big Tech” se così vogliamo chiamarla, quando va bene è qualcuno che si compra il sistema operativo che faccio io. Ma non è comunque il massimo. Non è il massimo perché quell’infrastruttura che si costruisce va mantenuta, e per quanto la qualità del software sia il massimo, comunque l’expertise di chi ci mette mano tutti i giorni non viene pagata adeguatamente.
Finché tutto questo non diventerà parte integrante del nostro sistema di valori, non saremo veramente capaci di raggiungere qualsiasi tipo di equità digitale. Io dal canto mio spero sempre che prima di andare in pensione possa godermi qualche anno a urlare nei server di qualche nascente datacenter per un vero cloud provider, non un cloud provider europeo, ma un cloud provider per studenti senza una lira, per mio padre che vuole mettere su un progettino amatoriale, per scuole che vogliono far vedere ai ragazzi come avviene l’installazione di un sistema operativo vero, come si opera una macchina di quel tipo.
21 Mar 2026
Essendoci sposati da poco, io e Agnese avevamo un viaggio di nozze da fare. Ovviamente, dati i risultati dell’ultima volta, la destinazione non poteva essere che (di nuovo) il Giappone. È veramente difficile descrivere la sensazione che ho provato a poggiare le mie regali terga di nuovo sul sedile di un aereo diretto a Tokyo, perché data la frequenza comincio a diventare un viaggiatore abituale della tratta, e nonostante ormai sappia cosa mi aspetta, in realtà il sentimento che mi attanaglia sin da qualche giorno prima della partenza è sempre più forte, e sempre più di felicità e gioia pura.

Ancora adesso se ripenso a questo viaggio, sento delle fitte (anche al fegato oltre che al cuore lol) talmente forti di nostalgia nei confronti di un paese di cui anche se non mi sento parte ho imparato molto, che l’unico rimedio possibile è guardare di nuovo i voli (more on that later).

Ma andiamo con calma. Come al solito in assenza di un criterio migliore l’unica opzione per rapportarsi agli eventi è adottare l’ordine cronologico.

ともだちと東京 (tomodachi to Tokyo)
Per prima è venuta Tokyo. Siamo ovviamente atterrati ad Haneda, e giusto il tempo di farci una chiacchierata con la nostra “tutor” Yuki-san che era già arrivata l’ora di incontrare i nostri amici Marta e Gabriele, in viaggio in Giappone anche loro: dato che loro avevano deciso di partire qualche settimana prima di noi, ci siamo organizzati affinché il loro passaggio a Tokyo per prendere il volo di ritorno coincidesse con i nostri giorni di arrivo.

È stata quindi un’esperienza molto particolare, quella di poter camminare tra le strade di Tokyo (e i negozi… quanti negozi… che fatica…) con due miei carissimi amici. Penso che il Giappone vada goduto da soli a volte? Certo. Penso che sia impareggiabile andare in un izakaya a bere con delle persone che conosci da una vita? Parimenti. È così che ci siamo ritrovati a brindare coi ragazzi a Golden Gai, mangiare sushi in posti in cui non sarei oggettivamente mai entrato da solo, ridere davanti alla griglia dello yakiniku.
Se a questo punto vi state chiedendo se abbiamo solo mangiato, la risposta è no. Ma ci siamo andati molto vicino.
In realtà oltre a mangiare a ogni pié sospinto abbiamo soprattutto visitato mostre, tra cui la All of Evangelion a Roppongi Hills per i 30 anni del franchise. Ovviamente tra bozzetti originali, scene tagliate e action figure giganti, c’era sinceramente da leccarsi i baffi. Ho amici affezionatissimi alla saga (io lo sono, ma meno) che mi hanno mandato urla in risposta alle foto. Devo dire che anche se si è veramente guardato solo un episodio, comunque la mostra ha il suo gigantesco perché, anche solo per osservare la fauna: dai ragazzi fomentatissimi, a gente di sessant’anni, Evangelion mostra veramente un ampissimo abbraccio generazionale che unisce bambini e anziani.
Oltre a questo, abbiamo fatto una scappata (oltre che al Meiji Jingu) al teamLab Borderless, dove per noi era la seconda volta, e che dire, è sempre meraviglioso. Anche riandarci di nuovo mi ha comunque fatto commuovere come un lattante. A chiunque legga questo post, abbia letto magari lo scorso, e si trovasse a passare da Tokyo: andateci.
Fatte queste cose, goduto un po’ l’hotel con la lobby stratosferica con vista sulla skyline di Tokyo con la Tokyo Tower in primo piano e il Fuji-san sullo sfondo, salutati Marta e Gabriele con un “ci vediamo a casa”, abbiamo portato le nostre regali e appena sposate terga sullo Shinkansen in direzione Hokkaido.

Hakodate
Hakodate secondo me è un posto di cui ci si innamora facilmente. Quando arrivi è tutto immerso, specie tra dicembre e febbraio, in questa coltre di neve che, oltre a farti potenzialmente spaccare le gambe cadendo a causa del ghiaccio, rende l’atmosfera incredibilmente ovattata e adorabile, questo nonostante le basse temperature. Abbiamo subito capito che il gelo la faceva da padrone, e l’abbigliamento tecnico è ovviamente stato il nostro migliore amico per tutta la permanenza in Hokkaido. Preparati discretamente e vestiti di tutto punto abbiamo quindi esplorato questo posto tutto nuovo.

Hakodate è una città portuale con una discreta eredità da condividere e raccontare: a seguito del trattato di Kanagawa del 1854 è stata una delle prime città portuali del Giappone ad aprirsi agli scambi con l’estero. Questo l’ha portata non solo a fiorire economicamente, ma anche a contaminare la propria cultura locale con tantissime influenze. Questo può essere ritrovato innanzi tutto parlando con i locali, che non vi guarderanno sicuramente storto come il giapponese medio (ci dovete stare amici giapponesi, a volte ci guardate veramente storto), felici di darvi da mangiare con la pala.
Eh già, perché in Hokkaido si mangia forte e chiaro, e Hakodate ci tiene a farvi subito capire dove siete arrivati. Il secondo aspetto dove la contaminazione estera si palesa vigorosamente infatti è proprio quello del cibo. La cosa più allucinante di tutta la città, secondo me, è Lucky Pierrot: una catena di ventisette (al momento della scrittura di questo post) diner, sparsi per tutta Hakodate, ognuno arredato con un particolare tema, ognuno con le sue note estetiche particolari, ma tutti che condividono un menu stratosferico: la specialità di Lucky Pierrot infatti è questo burger di pollo fritto “alla cinese”, che ho guardato con sospetto il tempo di una prima occhiata, perché in realtà è di una bontà incredibile. Tempo di spazzolarmene uno e già ne volevo altri duecento, devo ammetterlo.

Quando parliamo di diner, oltretutto, parliamo proprio di diner all’americana, con i divanetti di pelle, i tavolini quadrati e il bancone. La dissonanza tra il trovarsi in Giappone e questa estetica completamente mutuata da oltreoceano è guarnita come ciliegina sulla torta dal logo di Lucky Pierrot, di cui io sono profondamente innamorato: un lisergicissimo clown coi capelli lunghi, un cappellino e le stelle negli occhi. Non so se fosse nelle intenzioni originali di chi ha curato la strategia di branding, ma per me è la rappresentazione massima e perfetta del trip immenso che ti fai dopo che hai mangiato un panino lì, a livello di godimento.

Piccolo inciso: in un secondo Lucky Pierrot abbiamo mangiato quella che credo sia l’omurice più cicciona della mia vita.

Purtroppo non siamo riusciti a portare a casa la busta della spesa targata Lucky Pierrot. Sarà per la prossima volta, tanto sicuramente torneremo.

La terza visione dell’influenza occidentale sull’Hokkaido e in particolare su Hakodate la abbiamo nel momento in cui guardiamo la struttura della città: abbandoniamo le strutture delle strade tipicamente giapponesi, e vediamo una città costruita ed espansa con la tipica struttura urbanistica americana a griglia, che si sposa magnificamente però con il modo giapponese di costruire edifici molto più piccoli rispetto ai corrispettivi statunitensi. Hakodate è la “sister city” (quindi gemellata, potremmo dire) di Halifax, con cui condivide oltretutto un forte a forma di stella. Se Citadel Hill offre una visione incredibile quando si visita Halifax, il Goryōkaku di Hakodate contraccambia questa meraviglia colpo su colpo. È stato veramente bellissimo non solo camminare nelle sue vicinanze, ma salire sulla torre panoramica per vedersi la vista sia del forte che della città, per poi assaggiare un soft serve al gusto Ramune (!!!) guardando il tramonto su Hakodate e su questa meravigliosa stella disegnata sul territorio giapponese.

Hakodate non si ferma a questo però: il mercato mattutino del pesce è una perla, molto meno confusionario di altri mercati più blasonati in Giappone ma assolutamente all’altezza (penso a Tsukiji per esempio) per avere una bella visione sul pescato del giorno e, perché no, per fare uno spuntino: io non sono tantissimo tipo da pesce, quindi con me una tentazione del genere lascia il tempo che trova, ma Agnese non se l’è fatto ripetere due volte e si è spazzolata una enorme chela di un granchio colossale. Siccome far mangiare da sole le persone è maleducazione, io comunque dato che “fritto è bono tutto” mi sono trattato bene con del pollo fritto, che in Giappone (e in particolare ad Hakodate) è possibile trovare anche in un mercato del pesce.

Piccola chicchetta finale: Kanemori Warehouse. Quattro edifici di mattoni rossi che ospitano un mercato al coperto dove ovviamente potete comprare ogni sorta di cosa carina, dal sapone fatto di konyakku alle candele profumate agli strofinacci per la cucina con lo shima enaga, l’uccellino “simbolo” dell’Hokkaido. Gli edifici di mattoni rossi fanno tanto Boston, e anche qui possiamo respirare la contaminazione meravigliosa che l’occidente ha avuto in questo posto più che nel resto del Giappone. Il fatto che dentro la Kanemori Warehouse ci sia la Hakodate Beer Hall è ovviamente un ulteriore motivo per non mancare la fermata.

Oltre tutto questo, l’Hokkaido ci è entrato subito nel cuore per via dei paesaggi: molto diversi da quelli del Giappone che si vede di solito, e ce ne viene data subito una dimostrazione (tipo vulgar display of power però) quando da Sapporo a Hakodate, e viceversa per il ritorno, si prende la Hokuto Line. La Hokuto Line è una linea ferroviaria che opera tra Hakodate e Sapporo, e da quando il treno lascia la stazione di partenza si viene subito immersi in una coltre di neve enorme, e in visioni da cartolina e da fotografia. Pur essendo tre ore e mezza (e spicci) di viaggio, in realtà il tempo passa subito perché non c’è tratta che non ci faccia stare appiccicati al finestrino, un po’ col telefono in mano a fotografare, un po’ semplicemente con il naso attaccato al vetro. Gli scorci di natura che offre sono clamorosi: dalla natura della foresta innevata con tanto di volpi, a laghi interamente ghiacciati talmente grandi da stare nel campo visivo a fatica, fino ad arrivare a spiagge dove il mare incontra la sabbia e contemporaneamente anche la neve.

Ed è appunto a bordo dell’Hokuto che siamo arrivati a Sapporo.
Sapporo
Sapporo ci ha fatto un effetto stranissimo. All’inizio uno può trovarsi spaesato e dire “vabbeh ma quindi Sapporo è tutta qui?”: il motivo di questa impressione è che a me ha praticamente ricordato una versione più simpatica e piccolina (per modo di dire) di New York. Anche qui abbiamo una struttura a griglia, e se ci immergiamo poco poco nella movida notturna vediamo subito a Susukino un incrocio che ci ricorda tantissimo di Shibuya e di Time Square, con il barbutone della Nikka che ci ammikka (scusate…), pronto a farci da custode in tutte le nostre scorribande notturne. Sapporo su questo mi ha ricordato molto Osaka, città che non mi ha appassionato lungo la scorsa visita ma che è innegabile che abbia un fascino notturno tutto suo, dove i locali sanno assolutamente come godersi le giornate… e le nottate.

Larga parte della curiosità verso l’Hokkaido e verso Sapporo in particolare, lo dico senza vergogna, è venuta sia a me che ad Agnese quando abbiamo visto First Love su Netflix, ed essendo la serie ambientata a Sapporo ci siamo ovviamente presi un bel po’ di tempo per organizzare un tour delle location ritratte, che ho scoperto poi essere una vera e propria roba che ha dei praticanti. È possibile scaricare un booklet dove ci sono tutti i posti con tanto di indicazioni per arrivarci e curiosità aggiuntive. Senza stare a spoilerare, oltretutto è stato meraviglioso scoprire che avevamo l’albergo praticamente in faccia a Nakajima Kōen, che è uno dei posti fondamentali e che avevo più voglia di vedere. A Nakajima Kōen c’è appunto l’osservatorio di Sapporo, dove chiacchierando con il signore che era lì di stanza abbiamo potuto vedere Vega in pieno giorno. Che figata. Era da quando ero piccolo che non entravo in un vero osservatorio.

Riprendendo la tematica ristoranti e vita notturna, immancabile a Sapporo è Susukino, che è appunto la zona “al centro” piena di ristoranti di una bontà incredibile. Non metterò i nomi dei piccolissimi ramen-ya in cui siamo stati, semplicemente perché non hanno sicuramente problemi di poco lavoro e odio quando i posti vengono presi d’assalto grazie al passaparola (e vi garantisco che i giapponesi lo odiano parimenti). Dubito che siate in zona Sapporo, ma a chi me lo chiede in privato posso dare tutti i dettagli. Quello che voglio scrivere qui però è che ho mangiato tra i ramen più buoni della mia vita. L’Hokkaido sul ramen non scherza affatto, e il freddo ha fatto sviluppare tutto un filone di ricette piuttosto laide dato il fabbisogno calorico dei locali, che è semplicemente paradisiaco per le papille gustative dei gaijin che ci entrano in contatto.

La cosa che tra l’altro abbiamo imparato abbastanza in fretta è che oltre la Sapporo superficiale esiste, per ovviare al freddo, anche una Sapporo sotterranea fatta di sottopassaggi (in maniera simile ai tunnel delle città canadesi, penso), dove si possono trovare altri negozi e altri posti dove mangiare.
Ci sono due posti incredibili dove andare a Sapporo e dintorni: il primo ovviamente è la fabbrica della birra Sapporo, con un tour che a un prezzo ridicolo (meno dell’equivalente di dieci euro) ci viene insegnata tutta la storia di come la Sapporo è partita in Giappone, come la produzione birraia è evoluta grazie a nuove tecniche nel tempo, e soprattutto ci viene offerta in una sala estremamente pittoresca una degustazione della Sapporo moderna e della ricetta classica, che viene venduta solo in Hokkaido (buonissima). Andando a Yoichi invece, che è un posto talmente in braccio alle stelle da non avere nemmeno i tornelli automatici nella stazione del treno, possiamo tramite un complicatissimo form online prenotare la visita alla distilleria della Nikka. La cosa meravigliosa è che mentre alla fabbrica della Sapporo almeno qualcosa si paga (secondo me sempre una cifra ridicola), alla distilleria della Nikka per un tour omologo dove veniamo messi a conoscenza della storia della Nikka, delle tecniche di distillazione con tanto di punto di vista in diretta sull’omino che manda palate di carbone sotto le caldere, e delle varie linee di whisky, il prezzo è zero. Avete capito bene. Con tanto di sessione di assaggi di tre differenti whisky Nikka.

Praticamente uno non torna ubriaco lercio per tre motivi:
- Il freddo becco;
- Il fatto che arrivarci è leggermente complicato, quindi un minimo di spirito di salvaguardia ti fa dire “ok mi serve l’intelletto per tornare”;
- Pura educazione.

Sulla strada per Yoichi, menzione d’onore per Otaru: un’altra cittadina portuale incantevole. Prima di andarci pensavo “vabbeh, dicono che c’è un canale, ma ti pare che un canale possa attirare così tante persone” e invece mi sono dovuto ricredere, perché effettivamente è una vista che vale il viaggetto. Timbri anche lì nella stazione, e alla fine si visita in pochissimo tempo.

Riguardo ancora l’aspetto culinario, due cose valgono veramente tantissimo la pena sia a Sapporo che ad Hakodate e in generale in Hokkaido: il soup curry, e il Jingisukan. Il soup curry è un curry, esattamente come il curry giapponese che siamo “abituati” a mangiare in Giappone, ma molto più brodoso e pieno di roba. Praticamente è un misto tra il ramen e il curry, dove il tradizionale riso di accompagnamento ci viene servito in un piattino a parte, mentre il piatto principale è questa cornucopia di carne, patate e verdure con questa brodazza di curry deliziosa in cui io mi sarei voluto semplicemente fare un bagno lungo un mese. Il jingisukan invece è una tecnica di cottura su una piastra tonda convessa, a forma di scudo messo per terra per intenderci, che prevede tradizionalmente la cottura di carne di pecora e agnello in maniera molto simile allo yakiniku “classico”. Delizioso anche questo, avrei voluto mangiarne tonnellate su tonnellate e soprattutto ha stupito sia me che Agnese vedere una cultura dell’ovino perpetrata in un posto come il Giappone, tradizionalmente nel mio ideale legato più al manzo, che si avvicina invece in luoghi come l’Hokkaido quasi più all’Abruzzo.

Sicuramente mi sto dimenticando tante cose, perché Sapporo ce la siamo veramente vissuta al massimo. Abbiamo fatto tante compere, e abbiamo parlato con tantissime persone. Un posto in particolare però lo voglio ancora menzionare: l’Hokkaido-jingu, un santuario che come tutto quando siamo andati noi è immerso nella neve, all’interno di un parco dove è possibile godersi anche in pieno inverno i corvi che bullizzano gli altri animali (e a volte anche le persone), e il bosco completamente innevato.

È stato quasi con mestizia che abbiamo quindi ripreso il nostro fidatissimo Shinkansen per tornare una notte a Tokyo, per poi dirigerci verso un altro dei nostri posti del cuore: Takayama.

Takayama
Senza girarci troppo intorno, penso che a Takayama torneremo financo una terza volta. I mercatini sul fiume sono sempre meravigliosi, e si trova sempre qualche chincaglieria a poco che ci si riporta a casa volentieri (peso della valigia permettendo). Mi è sinceramente roduto di non aver potuto guardare le bancarelle che stanno di solito dalla parte del Takayama Jinya, ma ormai si era fatto tardi e quando siamo arrivati stavano già sbaraccando.

È stato strano soprattutto visitare un posto di cui avevamo già visto un po’ tutto, perché ci siamo potuti permettere di uscire ancora di più dal tracciato classico e dalle vie un po’ più battute. Dopo un’obbligatoria visita al mio posto preferito di Takayama, l’Higashiyama Hakusan Jinja, ci siamo potuti immergere in un sacco di viette secondarie. Purtroppo il mio posto delle crocchette era chiuso, ma di camminate ce ne siamo fatte un sacco, concedendoci anche un’intera cena a base di carne di manzo Hida. Per un costo tutto sommato irrisorio data la qualità della carne abbiamo mangiato fino a scoppiare, per una quantità totale di cibo che penso abbia fatto fare ai proprietari del posto dove abbiamo cenato una faccia col simbolo dello yen al posto degli occhi. Ovviamente, che ve lo dico a fare: buonissimo.

Non sono il tipo da fare queste cose di solito, ma voglio spendere due parole sull’albergo. Se andate a Takayama e le vostre tasche ve lo consentono non esitate a considerare il Tokyu Stay che si trova esattamente di fronte alla stazione. Penso che il prezzo sia abbastanza fattibile, specie considerando che andrete a stare in un art hotel dove ogni piano, a tema, espone opere di artigianato locale. I temi che si avvicendano piano per piano sono tutti i materiali usati dagli artigiani locali, dalla pelle, al bambù, alla carta di riso. Avete bisogno di ulteriori motivazioni? Ve le do immediatamente: l’albergo mette a disposizione due ambienti onsen meravigliosi, uno per i maschietti e uno per le femminucce, con rotazione giornaliera, dove potrete andare a farvi una sessione termale (o più) gratis, quando ne avete voglia, ovviamente tattoo-friendly dato che siamo in un hotel con clientela internazionale. Più di questo cosa volete? Ah sì: birra gratis come welcome drink tutti i giorni vicino l’area dell’onsen (sì, avete letto bene), e uno staff stratosferico. Al secondo soggiorno penso di esserne abbastanza sicuro.

Ma tornando al perdersi nei posti, un’altra cosa che stavolta abbiamo avuto il tempo di fare è stata godersi una lunga visita al villaggio di Hida. Personalmente mentre Shirakawa-go la trovo più laccata per via del fatto che ci vanno migliaia di persone tutti i giorni, ho trovato che Hida abbia un pochino più di personalità e date le dimensioni più ridotte e il fatto che sia meno “cinematografica” alla fine si ponga quasi meglio. Ovviamente almeno una volta a Shirakawa-go bisogna andare, ma devo dire che Hida è un ottimo piano B: il villaggio tradizionale espone in quasi tutte le case un aspetto in particolare della cultura dell’epoca e della vita dei tempi che furono. Le spiegazioni sono fatte con una cura eccezionale, e la collezione di memorabilia è incredibilmente grande. Ovviamente vederlo sotto una coltre di ghiaccio ha aggiunto un aspetto suggestivo incredibile. Non li abbiamo presi sicuramente tutti, ma la sfida nel prendere tutti i timbri seminati per il villaggio è divertentissima, e i timbri stessi sono una piccola opera d’arte che permette a Hida di scavarsi una piccola fossetta all’interno del nostro cuore e rimanerci.

Andando via da Takayama abbiamo comprato un bento fatto in casa da una signora gentilissima che ha il negozio di bento vicino la stazione: che ve lo dico a fare, meraviglioso. Non avevamo mai assaggiato un bento che non fosse “di massa”, e devo dire che con tutta la qualità media altissima che si trova in giro quando si comprano cose del genere (intendo anche alle vending machine o in negozio), l’homemade è persino superiore. Questo carburante è stato fondamentale perché durante questo viaggio di ritorno abbiamo dovuto fare un pit stop lampo a Nagoya durante un cambio per accaparrarci (accaparrarmi…) una Toica, la IC card di quella zona.

Arrivati finalmente a Tokyo, dove ci ha accolto di nuovo la vista mozzafiato della skyline dalla lobby del Park Hotel, ci siamo dedicati a un po’ di scorribande cittadine.

Scorribande cittadine a Tokyo prima del ritorno
Oltre un giretto ad Akihabara, appena arrivati a Tokyo è stato il momento di goderci qualcosa che avevamo prenotato parecchio tempo prima (da una delle nostre stanze d’albergo): la mostra per il trentennale del Tamagotchi, al Roppongi Museum. È stato particolarmente emozionante perché le premesse erano queste:
- Il form di prenotazione era completamente in giapponese
- Qualsiasi metodo di traduzione risultava nel renderlo ancora più incomprensibile
- Ho dovuto quindi usare tutte le mie (poche, ma abbastanza) skill di giapponese per compilare il form
- Il form chiedeva anche il proprio nome in full width kana
- I full width kana sono una trappola (vi giuro che l’ho trovato scritto su Reddit) usata come meccanismo anti-gaijin, e infatti io continuavo a sbagliare finché non ho messo dei caratteri magicamente giusti
- Il form comunque era solo una prenotazione, per i biglietti veri e propri bisognava andare in un Lawson e attraverso l’apposita macchina stampare un voucher
- Il voucher andava dato al cassiere di un Lawson, che avrebbe poi stampato i nostri biglietti

Abbiamo seguito pedissequamente tutti questi passi che io ve lo giuro nemmeno un JRPG di quelli vecchia scuola con le quest nascoste. Siamo effettivamente entrati in possesso, la sera prima, di questi fantomatici biglietti. Non è stata quindi una sorpresa lo sguardo stupito della guardia del museo quando gli abbiamo detto (in giapponese) che eravamo lì proprio per la mostra. Così come non è stata poi una sorpresa constatare che eravamo gli unici occidentali sul posto. Ragazzi, i giapponesi ci tengono veramente tanto ai loro segreti.

Date queste premesse, la mostra era bella? Beh, è stata una figata cosmica. Innanzi tutto si veniva “trasformati” per entrare nell’universo dei Tama, poi si veniva portati in varie stanze che servivano a illustrare la vita di un Tamagotchi, tra cui una stanza particolare dove si potevano osservare vari ambienti direttamente dal punto di vista del Tamagotchi, con tutte le persone che passavano intorno al proprio punto di vista. Per esempio c’era il classico tamagotchi dimenticato sotto il letto, quello nella tasca del padrone, quello sulla scrivania, eccetera. Mi ha molto colpito che nonostante non ci fosse un’età minima stabilita ci fosse una “stanza della morte” dove si celebrava la vita passata di tutti i tamagotchi che non ci sono più. Nelle nostre culture tendiamo sempre a far scudo i più piccoli dalla paura della morte, invece le culture orientali ho notato che non fanno grande mistero di questo e devo dire che lo apprezzo.

Tra le svariate stanze, la più grande era ovviamente dedicata a una timeline evolutiva della storia dei tamagotchi, piena di scrivanie con i progetti originali di come doveva funzionare (compreso il fatto che la prima incarnazione doveva essere una sorta di orologio da polso), illustrazioni di artisti famosi, e un tavolo enorme con tutte le versioni di tamagotchi liberamente giocabili. Molto carino, interessante e soprattutto impressionante considerando che a un certo punto da noi la moda è un po’ passata, mentre in Giappone hanno continuato a uscire nuove versioni con interazioni wireless, monitor a colori e chi più ne ha più ne metta.

Dopo questa fantastica mostra, per quanto riguarda gli spostamenti “extra-cittadini” le cose degne di nota che abbiamo fatto sono state sostanzialmente due: un giro a Kamakura e uno a Shimo-Kitazawa, dove abbiamo passato una bellissima mattinata tra mercatini vintage, negozi fuori di testa e soprattutto alcune location di Bocchi The Rock viste dal vivo. È vero che Shimo-Kitazawa è prevalentemente conosciuta per la cultura hipster del posto e il fatto che nei mercatini o nei negozi ci si può accaparrare bella roba a prezzi veramente incredibili, ma devo dire la verità: a me Shimo-Kitazawa piace perché è un posto tranquillo nei dintorni della grande area di Tokyo dove ci si può semplicemente rilassare e fare una camminata perdendosi nei vicoletti, circondati semplicemente dal Giappone in una delle sue incarnazioni più autentiche. Non parliamo di anticaglie, parliamo della vita di un Giappone moderno, con i suoi problemi e le sue peculiarità, che è un po’ quello che a me piace osservare quando viaggio.

Per quanto riguarda Kamakura e Kita-Kamakura, per me non era la prima volta. Devo dire che il Daibutsu fa sempre la sua figura, ma secondo me le cose più belle sono altrove: l’Hase-dera dove non ero mai stato, e che invece oltre a regalarci due bei timbrini per il quaderno di Agnese ci ha anche donato un meraviglioso tramonto, e l’Engaku-ji, col suo drago enorme sul soffitto, che è davvero uno spettacolo da ammirare per ore. Per il resto non so veramente che cosa dire, nel senso che è stata una giornata di piccole cose meravigliose. Tra cui, devo essere sincero, anche dei commessi che ci hanno chiesto da quanti anni abitassimo in Giappone. Sospetto che ci stessero allisciando per farci comprare delle cose, ma sicuramente la nostra sensei sarà contenta di sentirlo :-D
Ma la cosa più bella che abbiamo fatto, mi sento di dire, in questi ultimi giorni a Tokyo, è stata un giro di Shinjuku molto particolare, architettato da Agnese. Esiste infatti la tradizione con il nuovo anno di compiere questo pellegrinaggio per sette santuari specifici, a “caccia” delle sette icone delle rispettive sette divinità della fortuna. Ovviamente, non appena otteniamo la piccola statua che simboleggia la divinità la tradizione vuole che ne otteniamo anche la benedizione. Queste benedizioni vanno così a sommarsi per farci avere un anno particolarmente fortunato. Al di là dell’aspetto mistico e religioso, devo dire che questo piccolo pellegrinaggio per Shinjuku che dura in tutto tra le due e le tre ore a seconda del ritmo con cui lo portiamo avanti è decisamente un modo particolare per vedere alcuni aspetti di Shinjuku che vengono troppo facilmente soverchiati dalle più turistiche Godzilla Road e compagnia cantante. Siccome Shinjuku invece è uno dei miei quartieri preferiti, sono estremamente grato a mia moglie (!) per avermi dato l’opportunità di cogliere questi scorci di un posto che adoro.

Preso un dolce in un kissaten, eravamo pronti per ripartire alla volta dell’Italia, ma c’è stato un piccolo problemino. Nottetempo siamo stati svegliati da un’email, sul momento devo dire poco piacevole, che ci avvisava che il nostro aereo per un complicato sistema di specchi e di leve aveva subìto un ritardo di nove ore e mezza.

Di fatto però la disperazione si è trasformata in felicità quando abbiamo capito che avremmo non solo riavuto dei soldi indietro, ma di fatto complice un deposito bagagli in albergo ci era stato regalo un giorno in più nel nostro posto preferito. Abbiamo deciso così di fare, in questo giorno inaspettatamente regalato, una passeggiata a Ueno dove abbiamo anche detto addio ai panda dello zoo insieme a una torma di gente incredibile appostata lì per l’occasione, e dopo questo l’“ultimo” (di nuovo) pasto è stato per nostra decisione in un maid café, cosa che ci lamentavamo tantissimo di non aver avuto la possibilità di fare stavolta. Ci siamo così avventurati al Cure Maid Café, il primo maid café di Tokyo, con cameriere vestite in stile vittoriano e un’atmosfera molto molto calma, e molto diversa senza dubbio da quello che offre il classico maid café con lo staff che ti fa fare le magie sui piatti che arrivano. È stata un’esperienza commovente, che non vedo l’ora di ripetere. In un posto così le cameriere vestite in maniera particolare diventano solo un elemento stravagante, quando in verità quello che colpisce davvero è l’oggettiva qualità del cibo (e del tè), e l’eleganza di un’atmosfera quieta, un angolo di pace che raramente la megalopoli sa regalare.

Tornati in albergo a riprendere le cose, ci siamo diretti verso l’aeroporto, non senza risparmiarci un’altra piccola avventura: fatto il check-in dei bagagli, Agnese mi fa “amore ma il tuo zaino?” e io ricordo contestualmente di averlo lasciato in albergo. E via, di nuovo in albergo per recuperare lo zaino prima che parta il volo. Fortunatamente eravamo ancora belli in tempo, altrimenti sarebbe stata dura. Nel tragitto abbiamo incontrato uno dei personaggi migliori di sempre, un tassista che non solo ci ha tranquillizzati, ma ha parlato con noi per tutto il viaggio di cultura giapponese, guadagnandosi anche lui un posto nel nostro cuore.

Vorrei scrivere qualcos’altro, tirare le somme, ma la verità è che questo viaggio mi sa di un conto aperto. Più degli altri è stata una permanenza in Giappone che ha contribuito a cementare la nostra conoscenza della cultura asiatica, della lingua e delle usanze di un posto che a noi è rimasto davvero nel cuore. Sicuramente casa è sempre casa, ma la verità è che più andiamo, più torniamo, e più ne parliamo con gli amici, a volte la felicità per noi è raggiungibile anche solo sul fondo di una ciotola di riso col mapo tofu. E ancora una volta, dopo aver finito il pasto, salutare chi abbiamo davanti con “gochisosamadeshita”, uscire fuori, e farsi cullare dal jingle di una stazione della metro.
まもなく,電車が参ります.

05 Mar 2026
Quando Xab mi ha chiesto se volessi scegliere io il tema della Sagra IndieWeb per Marzo, sono stato perplesso per qualche secondo. Ultimamente mi occupo di cose molto di nicchia, sempre più spesso mi rifugio in attività solitarie e che mi fanno trovare pace, e allora come potevo scegliere qualcosa che interessasse a tutti? Poi mi è venuto in mente che una di queste cose è sicuramente solitaria, ma in realtà interessa un sacco di gente (almeno nella mia prossimità): i videogiochi. Nello specifico cercavo anche una scusa per parlare di un acquisto che ho fatto, proprio complice lo stesso Xab che ne parlava nella sua fedi-bio: il Miyoo Mini Plus. Ma andiamo con ordine.
Tutti i JRPG della mia vita
Non scrivo spesso di videogiochi, anzi, ma questa estate sono rimasto ovviamente come tutti ipnotizzato da Expedition 33. Per chi non lo conoscesse, è un gioco uscito l’anno scorso che raccoglie a piene mani da tutta la tradizione JRPG per consegnare al giocatore una storia veramente clamorosa condita da delle meccaniche di gioco che sì, sfruttano il combattimento a turni, ma lo svecchiano parecchio. Descritto dagli esperti del settore come di un’innovatività senza precedenti, in realtà a me ha smosso qualcos’altro: le meccaniche del battle system di Expedition 33 infatti più che essere “nuove” di per sé trovo che prendano vari elementi da The Legend Of Dragoon, che per me è sempre stato un gioco sottovalutatissimo, ma anche da Chrono Trigger, e da tutta una serie di titoli che gli appassionati di JRPG hanno sicuramente molto a cuore.
Quello che è stato fatto con Expedition 33 non è tanto fare qualcosa di nuovo, ma riuscire a trovare la salsa segreta per massificare il JRPG in una declinazione che pur mescolando ingredienti già disponibili, risulta comunque molto fresca. I miei complimenti agli sviluppatori per questo.
Data la mia lungaggine, adesso vi voglio sorprendere: non era però di questo che volevo parlare. Expedition 33 mi ha fatto pensare che c’erano ancora tantissimi videogiochi della mia infanzia che non avevo mai finito. In particolare, Final Fantasy VI. Da lì, ho comprato per la mia Switch la Pixel Remaster dei Final Fantasy (dal primo al sesto).
E me li sono finiti tutti. Non starò qui a perdermi in lungaggini anche su questo, ma è stato meraviglioso. Poi è stato il turno di Final Fantasy VIII, che non ero mai riuscito a finire. Dopodiché ho ripreso il mio salvataggio di Final Fantasy X, fermo al boss finale da troppo tempo, e ho finito anche quello.
Miyoo Mini Plus
Sull’onda di questa ripresa di giochi di quando ero piccolo o quasi, mentre ero in viaggio di nozze ho cominciato ad accarezzare l’idea di avere un handheld più piccolo della Switch su cui far girare giochi emulati, e ne ho parlato ripetutamente con Simone (che invito anche a rispondere a questo post, se vuole). Simone è un appassionatissimo di tutta questa roba, e parlando del Miyoo Mini Plus che avevo già adocchiato mi ha confermato che l’avrei amato.
A gennaio è entrato in casa il Miyoo Mini Plus. E devo dire che non ho mai apprezzato così tanto una console portatile. Ovviamente pesa tantissimo il fatto che te lo mandino con una SD piena di giochi (alcuni abbastanza incogniti, tra l’altro). Nemmeno il tempo di aprirlo per bene e già mi ero infognato malissimo su Pokémon Trading Card Game (il primo), che ho finito a tempo di record. Bellissimo.
Chrono Trigger, i vecchi giochi dei Pokémon, Golden Sun, i Final Fantasy Tactics, e chi più ne ha più ne metta: finalmente è tutto a portata delle mie adulte manacce, ora in grado di finire tutta questa roba (a volte anche capirne la storia, perché ovviamente quando eri piccolo spingevi tasti a caso e l’inglese non era proprio il top in quanto a comprensione). Lo trovo immensamente terapeutico.
La morale (se ce n’è una)
Cosa ci vuole dire l’artista, quindi, con questo articolo? Niente. Semplicemente mi è successa questa cosa bella e la volevo raccontare.
La volevo raccontare perché nella vita ho sempre videogiocato, ed è sempre stata una consistente parte di me, tanto che Agnese dopo un po’ che stavamo insieme ha ricominciato a giocare anche lei. Per non parlare del rapporto che ho col gioco in generale. Ma fermandoci ai videogiochi, avevo comunque continuato a farlo “distrattamente”, passando da un gioco all’altro sfruttando solo la dimensione ludica della cosa. Questo piccolo viaggio che ho fatto e che grazie a questa nuova fregnaccia portatile continuo a fare è stato per me una piccola riconnessione, e una chiusura di un cerchio che mi ha fatto bene.
Lo so che sembro un pazzo a dirlo così, ma tant’è. Ci sono volte in cui sicuramente ognuno di noi sente di essere cresciuto troppo in fretta: per me i videogiochi hanno, adesso, anche la funzione di riconciliare il bambino con l’adulto.